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CON LA PENNA TRA LE ZAMPE

La ragazza seduta di fronte a me in treno sta riempiendo un quaderno di formule matematiche con una scrittura fitta e nervosa. Si ferma, alza lo sguardo al finestrino, pensa per qualche secondo, poi ricomincia a tracciare velocemente segni per me ancora meno comprensibili di geroglifici egizi. La ragazza, con buona probabilità studente universitaria di matematica, ha tutta la mia ammirazione. Quando il mio sguardo si sposta dai misteriosi segni alla mano che li traccia, all'ammirazione si aggiunge lo stupore. Anche lei. Anche lei, come mia figlia Cecilia, studente di quinta elem...ops, primaria, tiene la penna come uno scimpanzé.

- Lo so, lo so...tengono male la penna e scrivono come galline, ma se dovessimo correggerli uno a uno non ci resterebbe più tempo per fare altro - è stata la laconica risposta della maestra Luciana durante l'ultimo colloquio. Viene da pensare che se ora vanno corretti è perché nessuno si è preso la briga di impostarli dall'inizio. Per un vecchio come me, con la mano destra educata alla scrittura da righe e righe di astine e farfalline, comprendere come si possa tranquillamente lasciare all'improvvisazione personale l'impugnatura di uno strumento che ci servirà (si spera, anche se molto meno di quanto si facesse ai miei tempi) per tutta la nostra esistenza, non è per niente facile.
Per giocare decentemente a baseball è necessario imparare a impugnare correttamente la mazza, anche se spontaneamente lo faresti in un altro modo, e lo stesso principio vale per qualunque attrezzo sportivo, dalla racchetta da ping pong al fioretto. L'improvvisazione non porta a niente di buono.

Così, quando vedo Cecilia tenere la penna poggiata sull'anulare e non sul medio, con la mano stretta a pugno e il pollice che sormonta le altre dita, quasi nascondendole alla vista la punta della biro (cosa che la costringe a tenere la testa esageratamente piegata a sinistra), io mi sento come il vecchio allenatore di baseball che si toglie il berretto per grattarsi i capelli e chiedersi da che parte ricominciare, se ancora si può ricominciare.

Certo, Cecilia in qualche modo scrive e si fa leggere, ma come la mettiamo con il disegno? E qui, al vecchio si aggiunge il vecchio studente di liceo artistico: come diavolo potrà mai pensare di disegnare bene tenendo la matita verticale come fosse un punteruolo, e non morbidamente distesa sulla mano semiaperta? Devo chiederlo alla maestra Luciana nel prossimo colloquio.

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