
Raccontare il vino
Il lavoro della vita
by Giuseppe Carrus
Critico enologico
Mi chiamo Giuseppe Carrus, per la maggior parte delle persone sono un critico enologico e curatore di una delle più importanti guide dei vini in Italia, quella del Gambero Rosso. Io mi definisco più semplicemente un uomo che ama assaggiare e raccontare il vino. Il mio amico Stefano Polacchi, caporedattore del Gambero Rosso da sempre, andato di recente in pensione, mi definì Sardo di Mondo. Mi piacque così tanto che è impresso in tutte le mie bio.
Chissà com’è una vita stanziale. Non so se avrò mai il coraggio di chiedermelo davvero. Ho nel sangue, impresso nel mio DNA, quel moto di pastorizia sarda che mi costringe a spostarmi per trovare di continuo pascoli migliori e più redditizi per corpo e spirito.
E, da sardo, lo dico subito: abbiamo una certa propensione a scappare, a lasciarci l’Isola lontana, il mare dietro, più distante che mai, alla ricerca continua di qualcosa che ci stia meglio addosso, più confortevole sulla pelle, sulla mente, sul nostro spirito creativo. Eppure, tutto questo lo troviamo, quasi scolpito nelle vene, a mo’ di tatuaggio invisibile ma indelebile, solo una volta che abbiamo varcato i confini della nostra terra. Forse è stata questa mia sardità a spingermi a cercare sempre qualcosa di nuovo, un porto diverso dove attraccare o anche solo un’osteria sconosciuta dove fermarmi a bere un buon bicchiere
Spesso mi chiedono come si arriva ad avere un ruolo così importante nel mondo del vino? A essere considerato, ricercato e consultato per capire cosa si nasconde davvero dentro una bottiglia. Faccio fatica a dare una risposta, io che ho cominciato la mia carriera universitaria studiando numeri e proporzioni tra le lezioni di un’aula di architettura in una città di provincia. Forse un caso. Forse un destino scritto in qualche piega che a un certo ti mette di fronte a qualcosa che ti attrae così tanto da non poterne più fare a meno. Nel mio caso un master, segnalato da una mia cara amica e collega universitaria, Viviana. Venne da me con un foglio A4, stampato. Non c’erano whatsapp o link da mandare sugli smartphone, ma in quel foglio c’era il programma che io avrei dovuto seguire. Il master era quello del Gambero Rosso, l’azienda dove lavoro ormai da vent’anni, che in qualche modo ha segnato la mia vita e ne ha delineato contorni e sapori.
La mia vita professionale in quello che è il settore enogastronomico è iniziata così. Con un me stesso, molto più giovane, dietro il bancone di un bar in una cripta antica. Con un me stesso la mattina, stagista, intento a studiare e ad assorbire tutto ciò che potevo dai discorsi di Daniele Cernilli, Eleonora Guerini, Marco Sabellico, Dario Cappelloni, Paolo Zaccaria e la sera impegnato nella sala di un ristorante, lontano da casa e dalla tranquillità di una giovinezza affettiva stabile. È li che ho capito che la fatica e la dedizione hanno senso solo se dietro c’è vera passione. Scontato, vero? Forse. Ma credo non ci sia verità più grande dietro chi fa un lavoro come il mio, che sulla carta, lasciatemelo dire, è il lavoro più bello del mondo: bevo vini pazzeschi, mangio nei migliori ristoranti del globo, dormo in hotel inaccessibili per la maggior parte delle persone sulla terra. Tutto assolutamente vero. Dietro c’è il rovescio della medaglia. C’è una vita in viaggio, pazzescamente bella ed emozionante (se hai vent’anni), ci sono luoghi incredibili da scoprire, esperienze da cui imparare… Tutto quello che di meraviglioso ti può riservare una vita piena. Dall’altra c’è la stanchezza, il non essere mai pienamente nel luogo in cui ti trovi, le valigie sempre pronte. C’è quel senso di instabilità che devi essere pronto a sostenere, sempre con un sorriso stampato sulla faccia. A volte mi chiedo se le persone riescano a vederlo questo lato o se si percepisca solo la parte bella ed eccitante del mio lavoro. Tornerei indietro? Mai! Perché se scegli di fare un lavoro come il mio fai un patto con il mondo (e a volte con il diavolo): quello che ti insignisce della responsabilità del raccontarlo, attraverso gli strumenti che hai a disposizione. E i miei sono impressi nelle mani degli agricoltori che raccolgono grappoli d’uva, nell’esperienza degli uomini che li trasformano in vino e nei bicchieri che mettono a nudo la storia dei territori, dei luoghi e delle persone
Avevo appena concluso il primo corso da Sommelier, un traguardo importante. Mi arrivò un biglietto. Era bello, bellissimo: una foglia di vite, essiccata, con una scritta sopra. Era posto dentro la Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, edizione 2000. Un regalo dei miei amici, i più intimi. Il biglietto recitava: per ora solo un lettore, ma siamo convinti diverrai il direttore. Che emozione…