

Tre sfide per guardare al domani
Isola chiama isole: l’amichevole triangolazione Itaca-Sardegna-Sicilia dà vita a un dibattito sui tre temi scottanti, e non trascurabili, del momentum vini: giovani, dealcolati, sostenibilità
by Valentina Argiolas & Diego Cusumano
Produttori di vino
MALEDETTI GIOVANI?
Ci ispiriamo alla hit di Achille Lauro per introdurre il primo argomento scomodo: il gap che si è creato tra il mondo del vino e i consumatori più giovani… Sono davvero “maledetti”?
Diego Cusumano: «Altro che maledetti… Siamo al problema opposto: non bevono vino! Se penso a quando avevo venti, trent’anni io mi pare impossibile. La verità insindacabile, però, è che i giovani per loro natura a un certo punto fanno cambiare il mondo. Ma forse, stavolta, sta capitando troppo velocemente…».
Valentina Argiolas: «Già, non facciamo quasi in tempo a trovare una strategia che dobbiamo pensarne subito un’altra. Per noi aziende, abituate a rispettare i tempi del vino, che sono molto lunghi, non è semplice adattarsi a una comunicazione così veloce. Spesso, poi, non siamo adeguatamente strutturati per confrontarci con fasce d’età così diverse e soprattutto con i nuovi “mezzi” che pensiamo presuntuosamente di poter maneggiare da soli».
DC: «Comunque di una cosa sono sicuro: nonostante il gran fermento e i cambiamenti, ciò che il consumatore cerca in una buona bottiglia di vino è sempre il piacere. Che non è certo esclusiva dei “vecchi”. Si tratta di trovare il modo per comunicarlo bene anche ai giovani».
VA: «Prendiamo l’esempio dei walk around tasting con cui raccontiamo ivini. Sono masterclass a cui partecipauna fascia d’età un po’ matura perché,ammettiamolo, a volte sono noiose:spieghiamo, spieghiamo, spieghiamoe invece loro, i più giovani, magarihanno bisogno di godere del vino in unmomento anche di divertimento, non soloeducativo. Un po’ forse si sono rotti disentire queste lezioncine, ecco…».
State parlando di un approccio meno “polveroso”, insomma. Quindi è da evitare come la peste il parlarsi troppo addosso?
VA: «Sì, dobbiamo cercare di rendere molto più allegra, diretta, semplice, gioviale la comunicazione del vino, fare in modo che il vino diventi parte della fun-zone della loro vita. Ormai il vino ha perso la connotazione di prodotto che va consumato quotidianamente a tavola tutti i giorni come facevano i nostri nonni».
ALCOL, POCO ALCOL, NIENTE ALCOL
Il pensiero ai nonni rimanda anche a una diversa cultura della salute: il dibattito sulle gradazioni alcoliche, complici anche le nuove regole per l’alcol alla guida, è un cavallo di battaglia dei ragazzi, e non solo…
DC: «Qui sono un po’ duro, questo effetto mediatico terribile contro l’alcol non so dove ci può portare… Cioè, stiamo parlando di uno dei settori più strategici del made in Italy, rendiamoci conto. Si è creato un circolo vizioso quando si parla di “vino dealcolato perché l’alcol fa male” e poi si chiude lì il discorso. Che, invece, è molto più complesso. Perché se parliamo di vini di qualità ci si riferisce inevitabilmente a progetti di fermentazione naturale: la vigna produce l’uva e attraverso l’uva si produce fermentazione naturale dove gli zuccheri si trasformano in alcol secondo natura. Se prendi i superalcolici il discorso è completamente diverso: lì si aggiunge alcol. Le grandi aziende di vino inseguono la qualità massima e per ottenerla servono uve mature. Come una banana, come qualunque altro frutto: se tu mangi un frutto non maturo, non ti piace, no? L’attesa per la maturazione è necessaria, anche se i produttori sarebbero i primi ad accettare di limitarla se fossero certi di poter mantenere la qualità eccelsa, ma al momento non è così fattibile».
VA: «Il vino è un vino, dealcolarlo è un po’ come togliergli l’anima. Però in cantina non ci siamo disinteressati al problema: ne abbiamo assaggiati diversi ma non ci hanno mai completamente convinto. Invece, stiamo lavorando da sempre su un abbassamento del grado alcolico. Quest’anno, per esempio, usciremo con un vino a dodici gradi: ce lo ha permesso un lavoro particolare di ricerca che abbiamo fatto in vigna, un anticipo delle vendemmie che l’anno scorso è stata particolarmente favorevole, un tipo di potatura particolare. Quindi tutti processi agronomici più che enologici… Questo sicuramente sarà il futuro: cercare di mantenere le gradazioni basse, compatibilmente con quanto ci sarà permesso dalla situazione climatica».
DC: «In questo caso non lo vedo come un problema perché non ci metto chimica, si tratta di un processo di osmosi inversa (consentita solo sui vini da tavola e non sui vini DOP IGP, ndr). Però prendiamo uno dei re, un Barolo: il consumatore deve sapere che non è possibile produrre un undici gradi di grande qualità. O un Nebbiolo: per raggiungere la maturità lì ci sono vignaioli veramente da ammirare. Capisci che in una condizione di clima favorevole riescono a fare questi vini incredibili con un arco di quattordici, quattordici gradi e mezzo, ma non perché amano fare il “quattordici”, è il momento naturale che porta a questo!»
VA: «D’accordissimo: la bellezza del vino sta nel fatto che cambia da stagione a stagione, che non è mai uguale, e che quindi non è un prodotto industriale. Piuttosto, si adatta ai cambiamenti, al clima e ogni annata varia in base alle condizioni meteorologiche e di vendemmia. In conclusione: lavoreremo assolutamente sempre di più su un abbassamento del grado alcolico, ma tenendo conto delle “leggi della natura”»
ABUSO DI SOSTENIBILITÀ
Parlando di cambiamenti e clima aprite la strada all’altro grande tema sulla bocca di tutti: la sostenibilità. Ma quanto se ne parla?
DC: «Ah, la sostenibilità, sapete cosa arrivo a dire? Bisogna essere insostenibili per essere sostenibili. La sostenibilità è l’unico argomento davvero importante e dovrebbe essere fatta in silenzio totale. Tutta questa pubblicità sulla sostenibilità alla fine fa sì che non c’è nessuna sostenibilità, che invece dev’essere una cosa sostanziale, un comportamento etico dell’azienda che non ha nessun tipo di effetto reale sulla qualità di ciò che produci, ma fa parte del tuo modo di essere nei confronti del mondo e della società… Quasi quasi direi che la sostenibilità è talmente scontata che non si dovrebbe neanche più parlarne».
VA: « Capisco cosa intendi, è un’altra di quelle parole stra-abusate da noi produttori per raccontarci. Però se la guardi nella sua essenza è anche la parola più vera, quella che forse arriva in maniera più immediata al consumatore, soprattutto a quello giovane. Ma dovremmo imparare a usarla per passare solo messaggi molto chiari. Ovvero: spiegare che cosa fanno le aziende effettivamente nella gestione dell’ambiente – perché il vigneto fa parte dell’ambiente – e di tutto ciò che ci circonda, a livello paesaggistico, di sistema arborei, di protezione dei suoli. I progetti di risparmio idrici che stiamo intraprendendo, per esempio…».
DC: «È l’esempio perfetto. L’acqua è un elemento sostanziale, concreto, indispensabile. Il protocollo per il risparmio d’acqua registrato al ministero dal nostro gruppo siciliano è misurabile, non chiacchiera».
VA: «Insomma, sono fondamentali messaggi che corrispondono ad azioni reali. Attraverso la sostenibilità applicata ci salveremo dal cambiamento climatico, insieme con l’investimento sull’innovazione, altra parola abusata che deve corrispondere a qualcosa di concreto».