Francesco Ganz

Il vino visto da qui

Grazie al suo ruolo-guida di Ethicawines, società di distribuzione specializzata in vini di pregio italiani che opera per il 90% negli Usa, da un decennio Francesco Ganz, racconta e valorizza il prezioso patrimonio enologico italiano nel mondo

by Francesco Ganz
Ceo Ethicawines
Il vino visto da qui

In un momento storico caratterizzato dal rallentamento della domanda globale, il trend di consumo dei vini Made in Italy mantiene la sua leadership mondiale e Ganz è pronto a varare il “Green Dragon Project” per infondere un’accelerazione al vino italiano in Asia Pacific, dove si colgono segnali di grande fermento. Lo incontriamo per lasciarci contagiare da un po’ di sano e pragmatico ottimismo, senza tralasciare alcuni temi delicati che animano il dibattito sul vino.

Francesco Ganz, con quale spirito il mercato del vino italiano nel mondo si presenta a questa  edizione di Vinitaly?

«Si percepisce un clima generale di preoccupazione legato ai trend di consumo del vino nel mondo. Come Ethicawines cerchiamo di rispondere con consapevolezza: se investiamo su modelli distributivi innovativi e dinamici possiamo trasformare queste difficoltà di tutti in un vantaggio competitivo per noi».

Il primo semestre del 2024 ha registrato un andamento positivo per il vino italiano, con un aumento sia dei volumi (+2,4%) che dei valori (+3,2%) delle esportazioni. il valore delle esportazioni ha raggiunto quasi 3,9 miliardi di euro, con 10,6 milioni di ettolitri esportati.

(Dati tratti dall’ultima ricerca ISMEA sull’esportazione dei vini italiani pubblicata a febbraio 2025.)

A proposito di modelli distributivi innovativi, siete in procinto di “conquistare” il mercato asiatico…

«Esatto: a maggio parte il “Green Dragon”, un progetto a cui abbiamo dedicato tante energie, anche se non partivamo da zero visto che comunque presidiamo l’Asia da almeno otto anni. Il mercato ci sta dimostrando che c’è un potenziale inespresso che possiamo intercettare. Abbiamo deciso di strutturarci in loco, e non per puntare su una particolare crescita, piuttosto per garantire un approccio organizzato e coordinato e superare, finalmente, i limiti storici della frammentata presenza italiana nell’area».

Allargando la mappa di osservazione, invece, quali opportunità è necessario cogliere al volo, guardando al futuro?

«Come mai prima d’ora il mercato mondiale del vino richiede una chiara visione strategica da parte degli operatori. Su tutti devono agire gli importatori e il mondo produttivo. Ci troviamo di fronte a nuove generazioni di consumatori e di buyer che, attraverso i mezzi digitali, viaggiano a una velocità inedita nel crearsi una propria opinione d’acquisto. Di conseguenza hanno processi decisionali diversi da quelli a cui eravamo da decenni abituati».

Passiamo a due temi caldissimi: la crisi dei rossi e la relazione vino e salute…

«A mio parere la crisi dei rossi più importanti ha a che vedere con la congiuntura economica. Sono convinto che nel giro di un paio di anni torneranno a crescere, soprattutto certe denominazioni che hanno caratteristiche uniche e una forza gastronomica indiscutibile e non rimpiazzabile».

I vini no alcol e low alcol potrebbero essere un’opportunità anti-crisi?

«Penso che la gradazione zero sia più una moda passeggera e soprattutto è bene sottolineare che sta in un mercato diverso che non infastidirà i vini di qualità. Altro discorso, invece, è il successo che potrebbero avere alcune denominazioni per loro natura a più basso tenore alcolico, in sintonia con il mood di questi anni».

Ma la relazione “vino e salute” sta scoraggiando il mercato?

«Il tema – affrontato con modalità non sempre condivisibili – di certo comporterà un inevitabile ridimensionamento del mercato. Ma il mondo del vino italiano deve reagire, per esempio interrogandosi su chi sono veramente i suoi competitor e adottare strategie adeguate dal punto di vista distributivo, raddoppiando gli sforzi e investendo su risorse umane altamente professionali. Per come si è evoluta la ristorazione, ormai abbiamo la necessità di vendere anche a ristoranti che non sono più solo italiani e di conseguenza si allarga anche lo scenario competitivo. Ragionando in termini merceologici, invece, non si può non rilevare che alcuni concorrenti del vino hanno un percepito migliore dal punto di vista dell’impatto salutistico. C’è un tema importante di “comunicazione” e il vino nel suo complesso dovrebbe interrogarsi anche su come comunicare alle nuove generazioni che al vino arrivano decisamente più tardi di una volta e con meno interesse.

Riflettendo sul mercato USA, emerge un paradosso culturale tra i giovani: l’uso di cannabis e prodotti derivati gode di maggiore accettazione sociale, rispetto al vino».

Adesso mancherebbe l’inevitabile domanda sui dazi, ma nel momento in cui il giornale sta andando in stampa il dibattito è in costante evoluzione e non ci permette di fare un approfondimento puntuale sul tema.

Riportiamo, però, a lato, la dichiarazione di Francesco Ganz rilasciata su Linkiesta in un’intervista del 14 marzo 2025.

I dazi? Sono fiducioso. Europa e Usa hanno bisogno l’una degli altri. Più la prima della seconda, per la verità. L’approccio dell’amministrazione americana non è politico/diplomatico ma negoziale e le provocazioni del whiskey sono inutili. Capito questo la UE ha le soluzioni in mano. L’Italia può aiutare e se necessario deve agire da sola e proteggere i suoi interessi in USA.