Barbara Sgarzi

Il vino è inclusivo?

«L’inclusività, pure nel calice? Vi vedo. Avete alzato gli occhi al cielo non appena letto il titolo. Timorosi di trovare un asterisco che galleggia fra le bollicine del vostro Metodo Classico o, peggio, la tanto temuta schwa, difficile da pronunciare e anche da digitare sulla tastiera»

by Barbara Sgarzi
Giornalista e Sommelier
Il vino è inclusivo?

Trovare un vocabolario nuovo per parlare di vino non è un vezzo per sentirsi allineati con il comune sentire o una moda passeggera. È una strada intelligente per allargare la comunicazione, far arrivare il messaggio a più persone possibili (in modo, appunto, inclusivo) e trovare nuovi appassionati, in un momento non facile per il vino, soprattutto tra i più giovani. Incidentalmente, quelli più attenti a scelte lessicali che non lascino indietro nessuno e contribuiscano ad accogliere, anziché allontanare.

NON TUTTE VEDONO ROSÉ!

Decidere di comunicare e divulgare il vino in modo inclusivo non è che l’ultimo step di uno svecchiamento della comunicazione necessario oggi più che mai. Sono molti i winelovers che si lamentano perché la narrazione del vino, per esempio quella di alcuni sommelier al ristorante, assomiglia più a una disciplina esoterica che alla gioia di un momento di scelta e condivisione. Molti esperti ci stanno provando sui social media, approfittando di formati di comunicazione più veloci, accattivant e semplici. Ma per essere più inclusivi quando si parla di vino, non è necessario aprire un profilo su TikTok o rischiare di banalizzare la conversazione. Una super esperta come Monica Larner, responsabile dei vini italiani per The Wine Advocate e RobertParker.com, per esempio, già da tempo evita di utilizzare aggettivi che si riferiscano a un genere, come un vino “robusto”, “muscolare” o “femminile”. Ma essere inclusivi significa anche evitare stereotipi: non dare per scontato, ad esempio, che se c’è una coppia seduta al tavolo, il vino lo scelga e lo assaggi necessariamente lui. Oppure che le donne amino, tutte, i rosé o i vini dolci. La stessa convenzione che esistano vini adatti alle donne va smontata dalle fondamenta, in un paese dove è donna l’80% di chi fa marketing e comunicazione, il 51% del commerciale, il 76% di chi si occupa di enoturismo. Dove tra i banchi dei corsisti AIS e WSET la percentuale femminile è del 40% e in continua crescita. Dove, infine, è in maggioranza donna chi sceglie e acquista il vino per le cene in famiglia e chi prenota i tour enoturistici (dati Associazione Donne Del Vino).

L’IPERSEMPLIFICAZIONE DEL MANGO

E l’inclusione nel linguaggio del vino va oltre il genere: Julia Coney, wine writer e scrittrice americana che ha fondato Black Wine Professional, database per incrementare la diversity nel settore, combatte da anni contro gli stereotipi razzisti: «Permane il cliché secondo il quale le persone di colore siano prive di palato e in grado di bere solo vini dolci», spiega. «Me li sento suggerire spesso al ristorante, con la certezza che non sarei in grado di apprezzarne altri». Alice Achayo, invece, sommelier cresciuta in Africa Orientale, lavora, sul suo sito Thewinelinguist.com, per “decolonizzare” il lessico e renderlo più globale. Nata tra manghi e giaca, tra i descrittori olfattivi e aromatici li trova genericamente liquidati come “frutti esotici”. La stessa battaglia di Miguel de Leon, sommelier e wine writer filippino basato a New York che, nel suo molto condiviso articolo “It’s time to decolonize wine”, sottolinea come tra i descrittori del Wine & Spirit Education Trust (WSET) ci siano svariati tipi di mela ma un generico “tropicale” per il mango: «A Manila – scrive – sono cresciuto mangiando quattro tipi di mango, ognuno diverso dall’altro».

DECOLONIZZARE CON LE METAFORE

Ma come decolonizzare gli aggettivi descrittivi senza, questa volta, tagliare fuori quell’Europa che del mango sa poco o niente? La soluzione proposta da molti è passare a descrizioni metaforiche del vino, come fossero persone: parlare di un vino gioioso, estroverso o cupo è immediatamente comprensibile per la maggior parte dei degustatori, senza tirare in ballo sapori o profumi che non fanno parte delle esperienze condivise. È facile cambiare rotta nella narrazione del vino con l’attenzione all’inclusione? Probabilmente no. D’altronde, nell’Oxford Companion to Wine, tomo enciclopedico da 900 pagine della Master of Wine Jancis Robinson, nell’incipit si legge: “wine-talk is a problem”, il discorso sul vino è un problema. Ma più che mai necessario, oggi, per ampliare la platea dei consumatori e appassionati. Anche attraverso le parole che, come si sa, sono importanti.

Manifesto per l’inclusione.

In Francia, nel 2021, è uscito un pamphlet che ha acceso il dibattito sull’inclusività della narrazione sul vino, Manifeste pour un vin inclusif di Sandrine Goeyvaerts (Editore Nouriturfu).
Sommelier belga pluripremiata, giornalista, commerciante di vino, la Goeyvaerts ha aperto un dibattito importante in Europa: «Con l’aiuto di linguisti, sociologi, antropologi, ma anche con le testimonianze d professionisti e amanti del vino, ho esplorato il suo linguaggio e analizzato minuziosamente tutto ciò che lo blocca: misoginia, bullismo, soffitto di cristallo…».
Ottenendo reazioni opposte: molta condivisione, ma anche molte critiche (e insulti personali) sul suo blog e sui social.
Il suo scopo però va oltre la militanza e include quello che accomuna produttori e distributori di vino: allargare il pubblico e soprattutto avvicinare al consumo i giovani, che dai dati vediamo allontanarsi dal calice in favore di altre bevande.

«La mia clientela sta diventando molto più giovane ed è già naturalmente più consapevole di queste tematiche», spiega.
Tematiche che spesso li fanno propendere per acquistare un’etichetta anziché un’altra.
Ed ecco che l’inclusione si fa importante per chi magari non ci ha finora riflettuto: diventa (anche) strumento di marketing e comunicazione.
«Vedo ancora etichette sessiste, con rappresentazioni di donne nude e giochi di parole sempre a scapito delle donne. Mi domando perché questo tipo di etichette o questo tipo di messaggi abbiano ancora il loro posto, oggi. Ci sono tipi di produzione e tipi di comportamenti che non devono più essere incoraggiati. Perché l’acquisto, oggi, è anche una leva per il cambiamento», conclude.